urna ridisegnataGenoveffa, si era ulteriormente aggravata, ormai era alla fine, sentiva la morte avvicinarsi, la sentiva e la desiderava ardentemente, e al suo direttore spirituale padre Angelico da Sarno, che cercava di confortarla, ella diceva: “Padre mio, la morte è prossima e io presto sarò liberata da questi strazi, perché vado a godere con Gesù che mi chiama; voi conoscete la mia vita e sapete che l’ho offerta unicamente a Gesù. I dolori del mio corpo sono doni di Gesù; non sono questi che mi fanno soffrire ma, i peccati degli uomini, l’avidità del denaro e delle comodità, l’incomprensione di chi non vuol seguire la via della sofferenza, della privazione e della croce.”
Ella non temeva la morte ma, la desiderava come liberazione del suo spirito dall’inutile carne che, la legava ancora alla terra.
Mai pensò a se stessa e mai un affetto umano la legò tanto alla terra da non farle desiderare la morte; il suo amore per Cristo superava e si ergeva su tutti gli affetti, la elevava sulla stessa croce sulla quale si era immolato il figlio di Dio per la redenzione dell’umanità ma, come Gesù nell’orto del Getsemani cercava la compagnia degli apostoli, così Genoveffa, negli ultimi giorni di vita, voleva che le persone care, ed in particolare il suo padre spirituale, le stessero accanto.
La mattina del venerdì 9 dicembre Padre Angelico, avrebbe dovuto celebrare nella celletta della di Genoveffa, ma fu impedito, andò solo a portarle la comunione e le assicurò che avrebbe celebrato la mattina seguente, sabato 10 dicembre
Genoveffa, rispose con voce tremante e quasi impercettibile: “Padre chissà se ci arrivo” . Ma Padre Angelico replicò: “Senti. Tu, che mi hai sempre obbedito non devi morire prima che non sia stata celebrata la santa messa nella tua celletta”.
E lei con un fil di voce rispose: “Padre mio, obbedisco. Faccio la volontà vostra e quella di Gesù”.
Fu un suo altro “sì” a Dio e al suo Ministro, e Dio premiò l’obbedienza.
Genoveffa, trascorse la notte del venerdì nella preghiera e nel dolore: “Perdonami Gesù –ella implorava- chiamami a Te, Ti prego e dammi ancora la forza di soffrire”.
Temeva che, la sua anima logorata dal male, potesse strapparle qualche grido di dolore non accetto al Signore.

Sabato mattina, 10 dicembre, Genoveffa sfinita, era in attesa della messa. Giorni prima le erano stati già impartiti il viatico e l’unzione degli infermi. Tutti i presenti e, lo stesso sacerdote, erano presi dalla commozione.
Genoveffa, era sul “letto” della croce e viveva le ultime ore. Attendeva l’incontro con Gesù per dirgli l’ultimo “sì”, il sacrificio della vita.
Ricevette l’eucarestia con tanto ardore, da trasportare tutti gli astanti. Le labbra erano smorte, lo sguardo dolce e sereno.
Tutti piangevano; coloro che ebbero la fortuna di esserle vicino in quel momento, la videro illuminata da una luce divina; fu un attimo meraviglioso, vi fu un momento in cui tutti la videro circonfusa da un’aureola di luce, mentre ella con le mani giunte, volgeva lo sguardo al cielo. Genoveffa, non riposava più, soltanto alternava le sue preghiere a pianti sommessi, ad estasi indescrivibili.
Domenica, 11 dicembre, giorno del Signore, è l’ultima festa per Genoveffa. Nella sua casa è un via vai di persone, non c’è spazio per contenere quanti le hanno voluto bene. Alcuni pregano, altri piangono ed altri ancora pensosi e chiusi in loro stessi.
Alle 10,10 entrano nella celletta padre Angelico e il professore Filippo De Capua che tasta il polso della morente. Genoveffa, non ha perduto completamente i sensi e fa capire con gli occhi di volere il suo padre spirituale vicino per poter partecipare alle preghiere.
Accanto al suo letto pregano anche sua sorella Annita e i suoi nipoti.
Alle ore 10,30 il respiro di Genoveffa si fa lento, molto lento, sempre più lento. Alle sue labbra viene accostato il Crocifisso, i suoi occhi fissano per un’ultima volta la cella, che era stato il suo calvario. Il cuore di Genoveffa non batte più. Le mani di padre Angelico, aiutano le palpebre a calare sugli occhi di Genoveffa, come ella aveva desiderato, per l’ultimo sonno. Sono le 10,35 dell’11 dicembre 1949.
Poco dopo la celletta di via Briglia (oggi via Genoveffa De Troia), Genoveffa, così come aveva chiesto, è vestita con l’abito francescano con ai fianchi il cordone della penitenza, tra le mani il rosario e il Crocifisso.

La triste notizia si diffonde subito: “E’ morta la santa”, le strade intorno alla povera dimora di Genoveffa si popolano tanto che, lo stesso parroco don Antonio Rosiello, fa fatica ad entrarvi.
I funerali si svolgono la mattina del 12 dicembre nella Basilica di San Giovanni Battista. Genoveffa, viene accompagnata da un immenso corteo devoto e composto.
Qui il corpo, per la moltitudine di fedeli, corsi al suo capezzale, rimane esposto altre 24 ore.
Nel pomeriggio del 13 dicembre, Genoveffa tra una mesta folla di gente giunta da luoghi diversi, viene accompagnata al cimitero di Foggia nella cappella di Santa Monica dove, per la mancanza della cassa di zinco, rimane esposta un’altra notte. L’indomani, 14 dicembre, prima che la cassa venisse chiusa in quella di zinco e prima che la salma sparisse agli occhi di quanti l’amarono, alle 15,40 i medici: Filippo De Capua, Michele Pedone e Mario Mancarella, a settantadue ore dalla morte, osservano che: mano sinistra e volto presentano un colore roseo, constatano assenza di rigidità e perfetta flessibilità delle articolazioni, dichiarano l’assenza di ecchimosi e constatano l’assenza di qualsiasi odore di decomposizione, anzi, riferiscono che la salma emana un grato odore.

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