Introduzione al Triduo della Venerabile | 9 dicembre 2019

Introduzione al Triduo della Venerabile

9 dicembre 2019

Genoveffa è stata sposa fedele di Cristo; a Lui ha pronunciato il suo “si”; l’amore verso di Lui è stato totale. 

Non si è sottratta a nessuna prova; Gesù le ha affidato la Croce e Lei, non solo l’ha abbracciata, ma su di essa si è stesa, facendo sì che si compisse tutto il dramma umano sulla Sua povera ed umile esistenza. 

La Sua carne piagata, le sue ossa consumate, ma Genoveffa non si è ribellata provando, anzi, gioia per la Sua sofferenza. 

“Sopporto sempre con piacere la Croce dei miei dolori” – diceva- “perché mi vengono dati da Gesù e, i Suoi doni non si devono manomettere”. 

Destinata, così, sin dal primo vagito a portare il “Legno Santo della Croce”, divenne nel tempo esempio di sopportazione, sacrificio, dignità, condivisione ed esaltazione della presenza viva di Cristo Gesù. Ciò che si andava compiendo nella Sua povera anima e nel Suo devastato corpo, metteva Genoveffa in difficoltà nei confronti della Sua famiglia e con grande mortificazione insegnò loro, senza non poco sacrificio, a sopportare e ad accettare. 

Per comprendere questa famiglia segnata dalla povertà e dalla malattia, dovremmo fare un salto nel passato e immaginare di vivere tra le loro mura domestiche; vedremmo un padre deluso e triste, perché incapace di procurare le medicine per Genoveffa ed il cibo per tutti; vedremmo una madre stanca, affannata e in ansia, pronta a raccogliere spessissimo le povere masserizie perché sfrattati; vedremmo, però, in tutto questo buio, Genoveffa pregare intensamente ed incessantemente, perché, credeva nella Divina Provvidenza e sapeva che Dio era lì ad asciugare le lacrime di tutti. 

L’esile creatura, mai si è fatta sopraffare dallo sconforto; in Lei regnava una forza rigeneratrice che era guida per se e per gli altri; è stata faro di Divina presenza nella nostra amata città, che ferita da una lunga guerra e carestia cercava di rialzarsi e di ritrovare una dignità persa tra le rovine dei bombardamenti. 

Genoveffa non temeva la povertà; la chiamava “sorella” e “compagna fedele”, dalla quale non si è mai separata fino all’ultimo respiro: Ella, infatti, chiedeva caparbiamente aiuto, non per se, ma per gli ultimi, i dimenticati, gli invisibili. 

La morte, più volte bussò alla Sua porta e, la Sua famiglia, come un fiore pian piano perse i suoi petali; prima i più teneri e i più candidi: la sorella Giovina, i fratelli Vittorino e Attilio, poi il padre e la madre. 

Chi potrebbe sopportare tanto dolore? Solo colui che è veramente accanto a Cristo e, con Lui vive ogni respiro della propria esistenza, può far nascere amore dalle macerie 

umane. 

E’ solo l’amore che sana e guarisce e, Genoveffa, ha sparso il buon seme, convertendo, regalando sorrisi e speranza, impregnando del profumo di Cristo tutti coloro che le si avvicinavano. 

Ancora oggi, Lei parla ai cuori di chi l’ama; i suoi racconti, le sue frasi e i suoi consigli hanno enorme valore perché, nonostante siano trascorsi 70 anni dalla morte, aderiscono perfettamente ai nostri tempi. 

La Parola del Vangelo è sempre attuale e Genoveffa che, al Vangelo si è stretta sino a vivere l’agonia della Croce, protegge le nostre vite e ci insegna che, tutto è destinato a passare e che solo Dio rimane, per sempre! 

Marisa Colucci