Le Memorie di Padre Angelico da Sarno

Le memorie di Padre Angelico da Sarno

Padre Angelico da Sarno (clicca qui per approfondire la sua figura) fu padre spirituale di Genoveffa De Troia e primo ad evidenziare le virtù eroiche della Venerabile. Negli anni scrisse alcuni appunti riguardanti la vita di Genoveffa.

Capitolo I

QUELLO CHE GENOVEFFA VEDEVA NEL FUTURO

Negli ultimi mesi che, precedettero la morte, Genoveffa era tormentata da nuovi e più strazianti dolori. Soffriva immensamente perché, la malattia che l’aveva tenuta sotto le sue morse, per oltre 50 anni, aveva invaso e martoriato tutte le parti del corpo. Mai un lamento di sofferenza, mai una ricerca di pietà altrui, mai un’invocazione di sollievo agli strazi che, logoravano e martellavano il suo debole organismo. Le si leggeva sul volto una serenità che, impressionava e commuoveva. Una forza interna la sorreggeva. Era a tutti palese la compiacenza divina che inondava il suo cuore con gioia e consolazione che, lei poteva e sapeva gustare, nella completa accettazione del suo calvario, generosamente, offerto al Crocifisso Signore. Gli ultimi mesi vissuti dalla Serva di Dio furono, certamente, il periodo più cruciale e terribile della cara Genoveffa. Proprio in questo periodo, moltiplicai le visite alla povera inferma; sapevo che, la mia presenza da lei, ripetutamente richiesta, le era di grande conforto. Al mio apparire, nella piccola casa della sofferenza, faceva allontanare tutti perché, diceva: “Ho bisogno di parlare col mio Direttore Spirituale”. E mi apriva il suo cuore. Mi confidava tutte le sue angosce, i suoi tormenti spirituali, mi teneva al corrente del processo logorante della malattia che, quasi ogni giorno, le riservava nuove e più acute sofferenze, accettate sempre con gioia e rassegnazione. Per lei altro non erano che: “Dono di Gesù “. Il colloquio tra me e quell’anima bella, si portava su diversi argomenti perché, Genoveffa ci teneva a farmi conoscere tutto con filiale e infantile chiarezza e limpidezza di pensiero, senza ombre e senza segreti. Questa confidenza totale che, talvolta, io ritenevo puerile ed eccessiva, accresceva la mia responsabilità verso di lei. Cercavo, perciò, di assolverla con affetto e come il mio dovere di Sacerdote e Direttore Spirituale, di volta in volta, mi suggeriva. Allora non facevo alcuna previsione di quello che sarebbe, poi, avvenuto e che, il Signore le riservava nel frattempo. Si andava confermando, però, intimamente in me, la convinzione che Gesù avesse posato il sguardo su quella creatura per farne uno strumento di predilezione per la sua divina bontà e modello tipico e straordinario di amore e di sacrificio per questa umanità che, rifugge da ogni dolore e cerca solo il piacere, la ricchezza, la sensualità, la depravazione. Genoveffa vedeva chiaro nel futuro. Gesù, si manifestava a lei non solo per infondere nel suo cuore forza e rassegnazione ma, anche per prodigarle segrete e mistiche consolazioni che la confortavano nel presente e le schiudevano il futuro.

Capitolo II

“PADRE MIO ANCHE DOPO LA MIA MORTE VI DOVRETE OCCUPARE DI ME”

Mentre parlavamo dei suoi problemi spirituali e anche delle sue necessità materiali, non una ma, più volte, mi ha ripetuto: “Padre mio, anche dopo la mia morte, vi dovrete occupare di me”. Anima bella di Genoveffa, sì che le ricordo bene, oggi, dopo dodici anni, quelle tue parole che, allora non avevo compreso. Da tutti era risaputo che ero io il suo Direttore Spirituale, il consigliere e il patrocinatore dei bisogni della cara inferma, alle cui necessità, provvedevo con l’aiuto, i consigli e la generosità di anime affezionate a lei. Per questa mia posizione non potevo sottrarmi a nessuna richiesta di Genoveffa e cercavo, paternamente, di assicurarle tranquillità e che non pensasse alla morte, se non quando sarebbe piaciuto al Signore chiamarla all’amplesso divino. Come avevo abbondantemente provveduto in vita, così, avrei abbondato in morte. Data la sua povertà assoluta, mancante dei mezzi indispensabili, immaginavo che si preoccupasse esclusivamente dei suoi funerali, esequie, messe in suffragio e quant’altro si è soliti provvedere al momento della dipartita e nei giorni seguenti, sia per quel che riguarda la parentela e gli amici, sia per i suffragi prescritti dal Rito Liturgico. Sapevo bene che, lei altro non desiderava che preghiere per l’anima sua; però, affinché Genoveffa non avesse alcuna preoccupazione in merito, le ripetevo: “Genoveffa, non pensare a questo; tutto quello che sarà necessario, sarà fatto; Gesù, come ti è stato vicino sempre, ti sarà vicino ancora nel momento della morte e, accoglierà l’anima tua nell’eterno amplesso. Al resto, come sempre fino ad oggi, penserà la Provvidenza. Provvederò io, provvederemo tutti e tu dal Cielo, pregherai per noi”. “Lo so, padre” rispondeva, “Sono tranquilla” e il discorso finiva lì, per me è per lei. La sua richiesta, oggi solamente, la comprendo appieno: “Dopo la mia morte dovrete ancora interessarmi di me”. Cara figliuola Genoveffa, nella immensità dei tuoi dolori, con una visione lungimirante, mi predestinavi a continuare per altri, quello stesso interessamento che, avrei incentrato nel ricordo delle tue virtù , facendo sì che, anche dopo la tua dipartita, tu fossi esempio ed edificazione per altre anime. La “celletta” che, ti fu cara per essere muta testimone delle tue elevazioni mistiche, è tuttora quello che volesti; la casa è rimasta legata al tuo nome, quella luce di carità, di amore e di sacrificio che, tu Genoveffa accendesti viva e palpitante offrendoti a Gesù, non solo non è spenta ma, brilla ancora e irradia in mille cuori bagliori di fede e di speranza, il tuo nome accentra sguardi e sospiri di migliaia di anime che, oggi formano la tua, prediletta, Famiglia Spirituale. Questo movimento che, è insieme un richiamo di anime intorno a Gesù Crocifisso e alla sua Madre Addolorata, tu Genoveffa, nel crogiolo dei tuoi dolori e nell’elevazione del tuo spirito, lo vedevi animarsi e moltiplicarsi a conforto del tuo lento martirio, lo affidasti alla mia responsabilità di Sacerdote, assicurandomi che avresti pregato per me e, dal Cielo avresti continuato l’opera di apostolato.

Capitolo III

GENOVEFFA: INFANZIA E ADOLESCENZA

Gli scritti fin’ora pubblicati per raccontare la straordinarietà della figura di Genoveffa, non hanno sviluppato alcuni punti salienti che, sono, invece interessantissimi da conoscere. Sia il prof. Gargiulo nel libro “Il segreto della Vita”, sia nel piccolo opuscolo, pratico e ben condotto da padre Emilio Da Matrice “Genoveffa umile fiore”, non hanno potuto narrare i particolari della nascita di Genoveffa perché, ignorata. Con la costituzione a Lucera della “Famiglia Spirituale” e con il valido interessamento della prof.sa Enrichetta Colabella, direttrice del gruppo, oggi mi è possibile precisare e documentare notizie importanti circa il luogo di nascita e episodi dell’infanzia di Genoveffa, riferiti e sottoscritti da persone che hanno conosciuto e vissuto Genoveffa perché più o meno coetanee. Il certificato del Comune di Lucera e quello del Parroco della Chiesa di S.Giovanni Battista, attestano che: il 21 dicembre 1887 alle ore 7 in un piano terra di piazza Porta Foggia (ora piazza Di Vagno), dai coniugi Pasquale De Troia e Vincenza Terlizzi, nacque una bambina alla quale fu imposto il nome di Genoveffa. La neonata, fu portata l’indomani 22 dicembre al Fonte Battesimale e battezzata dall’Arciprete Raffaele Sammartino, assistito dall’ostetrica Maria Fedele che, le fece anche da madrina. Quel pianterreno esiste ancora e non ha perduto le caratteristiche di casa di povera gente, abituata a vivere di un lavoro precario e stagionale, come tutta la gente di campagna che stenta a campare. L’abitazione, conserva, tutt’ora, una scala di legno che permette di accedere a un solaio, anch’esso di legno. Al vano sottostante, esiste ancora la mangiatoia per il cavallo, separata da qualche tramezzo di legno dal resto della casa. Per tutte queste caratteristiche che, ricordano l’ambiente in cui nacque Genoveffa e per desiderio della Famiglia Spirituale, ho acquistato l’abitazione che, appena sgombra dagli attuali affittuari, diventerà luogo di ritiro e di preghiera della Famiglia Spirituale di Lucera.

Capitolo IV

COME CONOBBI GENOVEFFA

La prima volta che incontrai Genoveffa, fu nel 1925. Da poco avevo ricostituito il Circolo Giovanile Maschile del Terz’Ordine e, i cari giovani, affollavano la saletta del Convento di Sant’ Anna, affascinati dall’ideale francescano. Mi raccontavano delle miserie da sollevare, di cuori da confortare e casi pietosi da aiutare. In una delle settimanali adunanze, parlando del compito che attende i figli del Terz’Ordine, nell’esercizio delle opere di misericordia corporale e spirituale, mi fermai a sviluppare l’impegno che, avrebbero dovuto assumere presso i malati, i bisognosi e gli infermi; povere anime per le quali miseria e rassegnazione sono medicine e ricchezze. Fu durante queste lezioni di apostolato che un terziario, Romeo Tortorella, mi prese in disparte e mi disse che mi avrebbe fatto conoscere un’anima bella, una fanciulla malata da molti anni che viveva solo di preghiere ed offerte al Signore. Trattandosi di una donna, al principio fui titubante e perplesso e rimandai più volte l’incontro. Le insistenze affettuose e filiali di Tortorella, corroborate da testimonianze di altre persone, mi indussero alla decisione di recarmi presso la stanzetta a piano terra, sita in Corso Giannone a Foggia, dove Genoveffa viveva. Avrei voluto fare una semplice visita e portarle, nei limiti delle mie possibilità, gli aiuti del ministero sacerdotale e il sollievo della carità francescana. La stessa Genoveffa, peraltro, informata da Tortorella, aveva chiesto con insistenza di vedermi perché, voleva conoscermi e parlarmi. Quel primo incontro è rimasto impresso nella mia mente e scolpito nel mio cuore. Nulla avrebbe potuto farmi realizzare che, una semplice visita fatta per carità e anche un po’ per curiosità, avrebbe avuto un peso di grande responsabilità nella mia vita sacerdotale. Da quel momento, Genoveffa che aveva vissuto, fino a quel giorno, di preghiera e isolamento materiale e spirituale, di dolori atroci e di povertà desolante, di gioiosa rassegnazione e di totale uniformità alla volontà di Dio, volle che io fossi il Direttore spirituale ed il suo confidente. E così fu.

Capitolo V

RIFLESSI DI LUMINOSI PRONOSTICI

A dare una luce che, inconsapevolmente si sarebbe proiettata nel futuro e anche un tono eccezionale di allegro compiacimento per la neonata, riporto qui integralmente quanto afferma e sottoscrive la sig.ra Giovine Tasmania vedova Barbaro di anni 86. “Nel 1887, abitavo al n. 8 di piazza San Giovanni. Al piano superiore della mia casa dimorava il Canonico Tucci che, aveva quattro sorelle ed un fratello paralitico. Alcune finestre della casa di questi, davano su piazza Porta Foggia (oggi piazza Di Vagno) e, precisamente, al n. 5 dove abitava la guardia campestre Pasquale De Troia e la moglie Vincenza Terlizzi. Da questi coniugi, il 21 dicembre 1887, nacque Genoveffa e in molte di noi andammo a vederla, appena venuta alla luce. Ricordo che era assai carina e che aveva molti capelli. Io avevo 12 anni e, con alcune compagne, pregai la mamma Vincenza, di mettere la bambina in un paniere e, con una corda la tirammo su per mostrarla alle sorelle del Canonico Tucci e a lui stesso che, era a casa malato. Ricordo ancora le risate giulive di tutte noi, mentre la mamma di Genoveffa faceva le sue vive raccomandazioni per timore che facessimo cadere la bambina. Ma la piccola venne presto restituita alla sua mamma sana e salva!” In questa testimonianza, vi è tutta l’ingeniutà e la spensieratezza delle bambine e la semplicità arrendevole della mamma della neonata. Dell’infanzia di Genoveffa, parla pure la relazione fatta mi dai Ritucci Raffaele, nato a Lucera il 4 marzo 1874 e tutt’ora vivente. “Ricordo molto bene che, la mamma Vincenza era molto robusta, alta e esuberante; il padre Pasquale, robusto è alto anche lui ed era guardia campestre. Entrambi erano di carattere impulsivo e severo. Sono stati in piazza Porta Foggia (ora Di Vagno) per una decina di anni, hanno avuto diversi figlioli di cui Genoveffa era la prima. Questa ragazza cresceva discretamente bene; era carina con gli occhi neri, i capelli castani un po’ mossi e sul viso , vicino al mento, aveva alcuni butteri, segni del morbillo che l’aveva colpita in tenera età. Era piuttosto vivace e giocava volentieri, come tutte le bambine della sua età“ Ancora un’altra luce illumina l’infanzia di Genoveffa; a parlare è la signora Amelia Russo, vedova Cappetta, nata a Lucera il 26 ottobre 1880. “Avevo sette anni quando giocavo con Genoveffa De Troia in piazza Porta Foggia davanti alla sua abitazione. Il gioco preferito era quello della cucina; si preparava alla buona un fornellino con mattoni, si accendeva il fuoco facendo un bel po’ di fumo e si faceva cuocere qualcosa che, poi, mangiavamo insieme. Talvolta, i monelli della strada, ci disturbavano e tutto andava per aria. Genoveffa apparentemente stava bene; non era tanto robusta ma, colorita. Aveva il nanetto un po’ schiacciato e qualche butterò sul viso. Era veramente buona e non litigava mai. Il padre era severissimo e Genoveffa tremava nel vederlo. Ricordo ancora di aver riveduto Genoveffa nel 1900 quando abitava in via San Gaetano n. 3 interno 5, dove la famiglia De Troia era stata costretta a trasferirsi per necessità familiari e ristrettezze finanziarie. Aveva, allora, 13 anni ed era più alta di me, anche perché, aveva tre anni più di me. Non ci vedevamo spesso però, andavamo insieme alla parrocchia di San Giovanni per imparare la dottrina cristiana; lo stesso facevamo quando ella abitava in piazza Di Vagno. In via San Gaetano, viveva miseramente perché, il padre, non faceva più la guardia campestre e non trovava lavoro. Frequentai Genoveffa solo per pochi mesi quando abitava in via San Gaetano”. Queste testimonianze, sono più che sufficienti a descrivere l’ambiente di povertà e di stenti in cui viveva la famiglia di Genoveffa. La loro miseria era, però, confortata e rallegrata dalla profonda religiosità dei genitori che, seppero educare i figli inoculando nei loro cuori piccoli semi di fiducia e di rassegnazione alla volontà e alla Misericordia di Dio. Saranno questi segni che feconderanno la vita di Genoveffa, infiorandola negli anni futuri di virtù straordinarie abituandola a portare la croce assegnatale da Gesù con gioia e con un amore che, sa rendersi vittima e olocausto del crogiolo di una sofferenza lunga è straziante.

Capitolo VI

POVERTÀ DI MEZZI RICCHEZZA DI AMORE

Non si può fare la storia di Genoveffa senza dare uno sguardo illustrativo alla povertà desolante che, le fu compagna indivisibile dalla nascita alla morte. Si può dire che fu la sua amica più cara e voleva che tutto, intorno a lei, fosse illuminato dalla bella virtù della povertà che, fu di Cristo Crocifisso e dei Santi che brillano in cielo. Una particolare predilezione Genoveffa l’ebbe verso il Serafico padre San Francesco. Volle, infatti, essere figliola del Terz’Ordine Francescano e cercò di seguirne le orme e gli insegnamenti, con affetto filiale e particolare interessamento, proprio perché, il Santo di Assisi volle sposare “Madonna Povertà “ e, la povertà fu il segno pregnante della famiglia De Troia. Gente buona, che viveva alla giornata: il padre, per un tempo guardia campestre, riusciva a raggranellare modeste somme, utili solo a coprire le urgenze primarie della famiglia. La mancanza di mezzi sostentativi, teneva ancor più unita la famiglia che doveva con grandi sforzi cercare e svolgere umili lavori. Nell’ambiente familiare ha sempre prevalso la rassegnazione e la religiosità, anche quando le ristrettezze si facevano si facevano più pungenti e le necessità più numerose.Proprio per questa mancanza di mezzi economici, la famiglia di Genoveffa ha dovuto sopportare vari trasferimenti; i genitori non sempre erano nelle possibilità di pagare il fitto. Nei vari spostamenti, il pensiero più gravoso per i coniugi De Troia, era la piccola inferma Genoveffa che tentavano, in tutti i modi, di tenere al riparo e di curare. A seguito della morte, per polmonite, del fratello Vittorino e della sorella Giovina, Genoveffa dovette partire per Trani come servetta (così venivano chiamate le domestiche),  presso la famiglia Perrone-Capano. Ai lavori faticosi ai quali veniva sottoposta, Genoveffa aggiunse ogni privazione, anche quella del cibo, per accantonare più risparmi da portare alla famiglia ma, tutto ciò non fecero altro che danneggiare ancor di più il suo esile e sofferente corpo. Dovette, infatti, dopo qualche mese, tornare a Lucera dove, decise di riprovare a lavorare presso la famiglia dell’avvocato Cavalli, privandosi nuovamente come aveva fatto a Trani. Riflessioni Da Betlem al Golgota, il Maestro Divino, ha insegnato continuamente con la Sua vita che, la povertà va amata più di qualunque altra virtù, essendo quella che ci avvicina a Dio. Non basta essere poveri di mezzi; è necessario sentire internamente la gioia di non possedere nulla. Solo così la Provvidenza va incontro all’umanita’ indigente è rassegnata con la carità del Cuore Divino che, non ha né limiti, né confini. È solo sulla vera povertà che si formano le anime e si costruiscono le opere di umanità per tutti i bisognosi: dagli orfani ai fanciulli abbandonati, dalle Chiese di campagna alle sontuose Cattedrali, dagli asili di infanzia ai ricoveri dei vecchi, dai riformatori per i sani agli ospedali per gli ammalati. La povertà dissecca e inaridisce l’anima solo quando non è accettata con rassegnazione e con fiducia ma, la si riceve e la si vive con disperazione e disprezzo. Quando, invece, ogni preoccupazione della vita è riposta nella volontà di Dio e l’anima si abbandona, completamente, nelle mani di Colui che provvede abbondantemente: agli uccelli dell’aria, ai pesci del mare, ai fiori della terra, la povertà, diventa una pianta dalla quale spuntano sempre pollini di vita, rami fioriti di Provvidenza e ricchezza inesauribile di bene e di amore.

Capitolo VII

AMORE E SACRIFICIO: VIRTÙ PREDILETTE DA GENOVEFFA

Quanto ho raccontato finora, è valso a mettere nella giusta luce Genoveffa che, sin dall’infanzia è stata tormentata da una infermità che, Lei stessa ha sintetizzato in due parole: “amore e sacrificio”. Se le compagne e le persone che le furono vicine la chiamavano con il dolce nome di “Santuccia”, è perché già vedevano in quel corpicino, esile e tormentato, un cuore che si apriva alla rugiada della grazia che, sempre allevia e addolcisce ogni sofferenza. La voce del popolo che, sin dai primi albori dell’infanzia aveva pronosticato l’avvenire di Genoveffa difficilmente avrebbe potuto sbagliare perché, nell’età dell’innocenza si agisce spontaneamente, senza riflessione o calcolo personale ed è attraverso le manifestazioni e l’ambiente in cui vive che, si sviluppa il futuro di una creatura. La nostra Genoveffa che, era nata in una famiglia religiosa e di sani sentimenti, aveva perciò potuto da subito vivere a pieno la sua fede, maturando nell’affetto della mamma, nella bontà del padre, nelle premure dei fratelli e della sorella. Genoveffa da subito aveva interiorizzato questi sentimenti e, davanti alla povertà della famiglia e al tormento delle sue carni, sentì di unirsi sempre più al “Sofferente Calvario” offrendo il cuore è tutta se stessa. Alle compagne che negli anni la visiteranno per confortarla, Genoveffa dirà, sempre con l’ingenuità di fanciulla: “Tutto per Gesù”.

Capitolo VIII

PELLEGRINA E RAMINGA

Sempre per esigenze lavorative, per accresciute ristrettezze economiche e per le esigenze che, di giorno in giorno si andavano moltiplicando per la malattia di Genoveffa, la famiglia De Troia,  nel 1913,decide di trasferirsi a Foggia, dove il padre trova lavoro presso i signori Spada. Il trasloco avviene nella più cupa tristezza; le poche e povere masserizie, vengono caricate su di un carretto noleggiato, da un agricoltore, per la dolorosa circostanza. Genoveffa ha 22 anni; è malata e la sofferenza che le lacera il corpo diventa sempre più acuta. La sua unica “infermiera” più affettuosa che, le prodiga conforto e confidenza è sempre ed unicamente la “povertà “ ed anche in questo funesto giorno siede regina e padrona nella sua famiglia. Sarà la povertà la dolce pellegrina che l’accompagnerà da Lucera a Foggia; insieme distese su un pagliericcio improvvisato affinché gli urti non provocassero a Genoveffa ulteriori dolori. Ma, giunta a Foggia nell’abitazione che era stata scelta, il proprietario, nega l’accesso alla famiglia dopo aver visto le condizioni di Genoveffa, per paura che la malattia potesse essere contagiosa. Genoveffa non emette nessun lamento, solo alza gli occhi al Cielo, mormorando la preghiera dell’implorazione e della rassegnazione facendosi accompagnare dalla “pellegrina invisibile” nella ricerca di un tugurio in via Arpi, dove finalmente la famiglia De Troia trova un po’ di pace. Ma non per lungo tempo, il povero, infatti, non ha mai fissa dimora fino a che, non è la Provvidenza a scegliere per lui. Quella notte i coniugi De Troia, pur di mettere al riparo la povera inferma, si adatteranno in un sottoscala. Nei giorni seguenti, a fatica, il padre di Genoveffa riuscirà a trovare un povero alloggio in Corso Giannone, dove Genoveffa vi rimarrà per 16 anni. Sono anni difficili quelli che vivrà Genoveffa in questa abitazione: il 1 aprile 1916 morirà il fratello Attilio nel compimento del suo dovere verso la Patria e nel 1924 verrà meno anche il padre. La madre Vincenza, compirà ogni sforzo per coprire le minime necessità, nonostante il dolore per la perdita del marito e dei figli: Giovina (1900), Vittorino (1912) e Attilio(1918), recandosi nelle ore mattutine presso gli uffici del Tribunale di Foggia per svolgere lavori di pulizia.

LA VIA CRUCIS DI GENOVEFFA

Il pellegrinaggio della cara Genoveffa, non è ancora concluso; infatti, dovendo il proprietario dell’alloggio di Corso Giannone procedere a lavori di abbattimento e ampliamento dello stabile chiede alle tre donne di lasciare la sua proprietà. Di nuovo in cammino con la sua diletta compagna povertà, Genoveffa con la mamma e la sorella, trova riparo in una casa in via San Lorenzo, proprio di fronte alla Chiesa di Santo Stefano. Il cielo si apre per Genoveffa; la vicinanza alla Parrocchia, le permetterà di ricevere la Comunione ogni giorno o, almeno, con più frequenza. La nuova situazione consente a Genoveffa di avere persone di fede accanto a lei; il gruppo della Famiglia Spirituale cresce di giorno in giorno e, tutto ciò, rende dolce il suo patire. Di tanto in tanto, per benevole concessione di Sua Eccellenza Monsignor Fortunato Maria Farina, allestivo un’altarino vicino al suo letto per la Celebrazione Eucaristica. Erano giorni di festa e consolazione quelli per lei; non conteneva la gioia e tutto questo poteva gustarlo con le persone che assistevano ammirate e commosse. Ma sorella povertà ancora una volta ricorda a Genoveffa che, il suo peregrinare non è ancora concluso. Le pareti dell’abitazione, si presentano umide e malandate; la salute di Genoveffa, sostiene il medico, che non può reggere altri dolori e altri sacrifici. Così, dopo aver dimorato anche in via G. Urbano, finalmente nel 1940, con l’aiuto dei benefattori di Genoveffa, riuscii ad acquistarle una piccola e misera dimora in via Briglia (ora via Genoveffa De Troia). Il giorno  8 dicembre , Sacro alla Natività della Vergine che, Genoveffa  amava con profonda devozione, viene trasportata a braccia nella sua nuova dimora.

Capitolo IX

PERCHÉ LA CASA DI GENOVEFFA IN VIA BRIGLIA: COME UN FIORE SPUNTA TRA I ROVI

Non una ma, varie persone mi hanno chiesto: “Padre Angelico, ma proprio in quest’angolo di strada avete acquistato la casa per Genoveffa? Non potevate scegliere un posto più centrale e più comodo?”. Le vie della Provvidenza sono infinite; il Signore con bontà e sapienza gioca con il tempo e con gli uomini, senza tener conto delle meschine contingenze della vita materiale, la quale per essere limitata e circoscritta guarda solo al presente che ciascuno vive, senza alcuna previsione dei disegni assegnati da Dio e proiettati nel futuro a ciascuna creatura. Anche nella scelta della casa che acquistai per Genoveffa il 17 aprile 1940, a distanza di 22 anni, devo riconoscere essere stato l’adempimento di un disegno del Signore, ottenuto attraverso le preghiere e le sofferenze della povera inferma. Quando mi determinai all’acquisto, non fui subito convinto della zona perché, molte persone timorate di Dio me la descrivevano in maniera negativa. Le abitazioni intorno erano frequentate da gente equivoca e peccaminosa e visitare Genoveffa, soprattutto nelle ore serali, avrebbe presentato non poche difficoltà. Inoltre, proprio nel sottoscala sotto l’abitazione di Genoveffa,  dimorava un protestante che vendeva generi alimentari e reclutava gente per convertirle al protestantesimo. Ero davvero perplesso; non potevo far vivere un’anima così pura e sensibile in un quartiere tanto corrotto e pericoloso ma,  decise Genoveffa per me e durante uno dei tanti nostri colloqui mi disse: “Padre mio, acquistate pure la casa. Voglio, però, che mi facciate costruire in essa una celletta angusta di clausura, dove io possa pregare e soffrire senza essere disturbata. Io pregherò e soffrirò perché le anime non offendano  più Gesù e  ritrovino la via  dell’onestà e dell’amore”. Dopo questa illuminata e decisa volontà, acquistai la casa in via Briglia. Riflessioni Chi poteva mai pensare allora a ciò che sarebbe divenuta negli anni quella celletta? Oggi via Briglia è del tutto bonificata; quelle case equivoche sono solo un ricordo; ora sono abitate da famiglie, artigiani, gente degna di ogni considerazione. La grotta non è più abitata dal commerciante protestante e la casa di Genoveffa e molto più la sua celletta di preghiera e penitenza, richiama quotidianamente folle di anime in cerca di luce, di conforto e di amore. Su quella casa di dolore e martirio, quasi nascosta nel dedalo dei vicoli che la circondano, spunterà sempre il seme della carità e della pace.

Capitolo X

ESULE PER OBBEDIENZA A TROIA

Finalmente Genoveffa aveva ricevuto dalla carità francescana il suo asilo d’amore e di pace ma, nel 1943, a causa dei bombardamenti che imperversavano sulla città di Foggia, mi vidi costretto ad imporre a Genoveffa un rapido trasferimento nella vicina Troia. In quella località, viveva il nipote sacerdote di Genoveffa, Attilio Pedale, figlio della sorella Annita; la sua presenza sarebbe stato un grande aiuto per lei e sua madre. Ricordo che Genoveffa non voleva abbandonare la sua celletta; era certa che non sarebbe stata danneggiata ma, non volli far pesare sul mio animo una così grande responsabilità e, non accettai la sua richiesta. Così, insieme ad alcune benefattrici, trasportammo Genoveffa e sua madre a Troia. Le due donne furono ospitate prima in casa di Luisa Boccia, poi in casa di Silvia amorfo Bolognese. In questo periodo, Genoveffa perderà anche sua madre. L’esilio durò due anni, fino a quando Genoveffa mi chiese di voler tornare nella sua piccola clausura che, da quel momento diventò il torchio delle sue logoranti sofferenze ma, anche la gioia del suo cuore, il suo Paradiso.

Capitolo XI

FASCINO DEL DOLORE

Genoveffa, trovandosi in compagnia della sua affezionata maestra Suor Teresa alla presenza di Gesù, le chiese se fosse stato possibile, appena raggiunta l’eta’ prescritta, diventare anche lei suora al servizio di Gesù e della carità. Ma non era a lei riservato il Monastero delle monache di clausura per entrare come Santa Rita da Cascia nell’ordine Agostiniano. La vita di questa Santa, raccontata ed illustrata dalla maestra alle alunne, aveva positivamente colpito e affascinato Genoveffa perché, fatta di contraddizioni e di sofferenze morali e fisiche. Ma, sebbene ella continuasse a pregare Gesù continuamente affinché il suo desiderio potesse avere corso e a porre incessantemente la stessa domanda a suor Teresa, non ci fu mai risposta perché la sua delicata e fragile salute non avrebbe mai potuto permetterle di diventare suora. Un giorno Genoveffa non si presentò all’istituto per un malore ma, suor Teresa la raggiunse per portarle la parola dell’affetto e del conforto. La piccola sentendosi incoraggiata dalla carezza della maestra, pose alla stessa sempre l’identica domanda. Al silenzio ancora rinnovato dalla suora, la piccola inferma replico: “Ma perché non posso anch’io essere suora di Gesù?”. Fu allora che la buona suor Teresa, passando la sua mano sulla testa della fanciulla che attendeva nel suo lettino di sofferenza una risposta serena e favorevole, le disse: “Genoveffa, tu non sarai mai suora ma, sarai sempre e tutta di Gesù“. Parole dette semplicemente con affetto e carità ma, che predissero e delinearono tutta l’avvenire di Genoveffa.

Capitolo XII

CONFIDENZE DI GENOVEFFA

Genoveffa ormai sente ben delineato il suo avvenire; alle parole di suor Teresa che, da principio le avevano arrecato un po’ di delusione trova risposte di rassegnazione. Da quel momento, infatti, Genoveffa, affiderà la sua esistenza e il suo avvenire nelle mani e nel cuore di Gesù e da Lui si farà guidare nel tormento continuo della adolescenza e della gioventù fino alla morte. Pronuncia il suo “Fiat” e ad altro non penserà nella sua vita che a rinfocolare il suo amore verso lo sposo Divino, offrendosi totalmente. La sua vita, prende quindi una strada diversa; non pensa più a trattenersi con le compagne nei giochi innocenti ma ad adagiarsi fiduciosa nelle braccia del Signore che, di giorno in giorno le manifesta speciale predilezione. Ora, mi tornano alla mente vive e parlanti le confidenze da lei fatemi a riguardo: “Padre mio” – mi diceva – “Quando mio padre ritornava stanco e sfinito dal lavoro di una giornata senza guadagno alcuno e mia madre si crucciava e si intristiva, per non poter dare alla famiglia il necessario, sentivo in me una voce carezzevole che mi rendeva rassegnata e fiduciosa: – Abbi fiducia! Io non ti abbandonerò –  . Bastava uno sguardo al Crocifisso, una preghiera a Gesù, una implorazione alla Vergine e la Provvidenza faceva splendere sulla nostra famiglia il manto della misericordia e della rassegnazione fiduciosa e inaspettata”.

Capitolo XIII

INGENUITA’ E RASSEGNAZIONE

La malattia inspiegabile che affligge Genoveffa, si fa sempre più acuta; compaiono dietro la schiena ferite e piaghe te che, la mamma e la sorella Anita curano con i pochi e rudimentali mezzi a loro disposizione. Altra piaga più dolorosa e più profonda, compare sulla gamba destra che la costringe a non uscire più di casa; la sua giornata passerà tra il letto e la sedia. Verranno le coetanee a farle visita e a trattenersi con lei, raccontandole delle feste organizzare per le fanciulle dalle Suore Figlie della Carità; portandole le notizie dei lavori del laboratorio e dei loro studi e parlandole delle funzioni svolte nella Chiesa dell’istituto. Sono queste le poche consolazioni che scendono al Cuore di Genoveffa e che le infondono ancora speranza di una possibile guarigione per opera di Gesù della Vergine Benedetta. Ciò che intristisce l’animo di Genoveffa è di non poter stare vicino a Gesù, riceverLo nella Santa Comunione, ascoltare la voce misteriosa del Divino Prigioniero, il quale dal Ciborio proietta in quel Cuore di fanciulla effusione d’amore, luci di conforto e di carità. Genoveffa sente aumentare nel suo intimo una forza che le da’ vita è, nonostante il suo corpo vada coprendosi di piaghe, conforta e rasserena i suoi cari. Per confessione della sorella Anita, sappiamo che, addirittura Genoveffa nascondeva ai familiari le manifestazioni dolorose che minavano il suo organismo e che lei accettava e riteneva “doni e carezze di Gesù”. Anche nei momenti in cui sembrava che le sue condizioni peggiorassero e là si vedeva sfinita è abbattuta, non chiedeva l’intervento del medico ma, si curava da sola e di notte, seduta davanti al Crocifisso, a lei tanto caro. Solo a Gesù esponeva il suo dolore, implorava per sé forza e gioia a portare la sua Croce, per la famiglia pazienza e rassegnazione. Quando, giunta all’età di 25 anni, il padre (che ha trovato lavoro presso i signori Spada, proprietari di una vasta azienda agricola), si trasferirà a Foggia con tutta la famiglia, Genoveffa pur migliorando la sua miseria, per sua scelta, non cambierà tenore di vita e continuerà la sue giornate fatte di stenti, privazioni, sofferenze e preghiere.

Capitolo XIV

DATEMI IL MIO GESU’

Alle persone del vicinato e poi a quelle che, di tanto in tanto la visitano, domanda solo la visita del Parroco al quale umilmente chiede la carità di essere cibata quanto più spesso è possibile di Gesù Eucaristico. Vorrebbe ricevere il suo Gesù ogni mattina, per poter succhiare nell’intimo colloquio col Signore la forza per la sua anima che, anche in età adulta nulla perderà della ingenuità e della rassegnazione. Come sono grandi e profondi i segreti delle anime che percorrono il proprio doloroso calvario sulle orma sanguinanti di Gesù! Mi confidava spesso: “Padre tutti mi dicono che io soffro. Si è vero. Ma non tutti comprendono che è tanto dolce soffrire con Gesù. Io sento ripetutamente il Suo invito che parla al mio cuore: -Genoveffa,  se mi ami, prendi la tua croce e seguimi!-“. Quanto è dolce risentire nelle atroci sofferenze corporali l’invito di Gesù fatto nel Vangelo a tutte le anime; ma, quanto è difficile trovare anime generose pronte all’eroismo, sempre disposte al sacrificio, votate alla carità, alla morte.

Capitolo XV

COME CRISTO NEL SUO GETSEMANI

È risaputo che la perfezione si raggiunge gradualmente; le vie che conducono ad essa sono quelle del Vangelo, strette ed anguste, dolorosi e sanguinanti. Come Cristo nel Getsemani, ogni anima desiderosa di raggiungere il vertice della perfezione, cioè la totale unione con Dio, deve sorbire il calice delle sue amarezze giorno per giorno, ora per ora, e sapervi assaporare il fiele delle malvagità, contraddizioni e disprezzi del mondo, se vuole arrivare all’unico Bene: Gesù. Non c’è altra scelta; non basta soffrire: è necessario saper soffrire, dare cioè alla propria sofferenza non il volto solamente umano e materiale ma, il volto di Cristo e l’accettazione alla volontà di Dio con umiltà, gioia, pazienza e rassegnazione. L’anima, solo in questo caso, si sente sollevata da una visione superiore, da un ideale che valorizza ogni pena e si sente sorretta, misteriosamente, nel cammino aspro della lotta e della infermità. Per le anime che amano soffrire con Gesù, non vi è oscurità di mente e sentimenti. Tutto è chiaro, perché, l’ambiente spirituale dell’individuo è illuminato dalla gioia e dalla Grazia che lo segue confortatrice nel cammino ascensionale fino alla perfetta adesione alla volontà di Divina. Riflessioni Queste riflessioni, scaturiscono dal mio ricordo personale di Genoveffa; lei sempre uguale a se stessa e completamente rassegnata al sacrificio. Purtroppo non era compresa da tutti; non le erano, pertanto, risparmiati dispiaceri, amarezze, disprezzo. Nelle mie visite, ora frequenti, ora più rade, la trovavo abbattuta e qualche volta piangente. Le chiedevo: “Perché piangi? Forse il Signore ti ha moltiplicato le sofferenze nel corpo?”.  Mi rispondeva: “No Padre mio, le sofferenze che il Signore mi da sono doni speciali che accetto volentieri con gioia. Quello che mi procura dispiacere è vedere nella mia celletta che: il peccatore va via ostinato, l’orfano abbandonato, il povero cacciato aspramente e la pace che non dimora nei cuori di tanti. Voglio soffrire per tutti, se lo vuole Gesù. Questa mia celletta deve essere benedizione e consolazione per me e per gli altri”. Con questo slancio di sacrificio, Genoveffa saliva, inconsapevolmente, verso il suo calvario, per arrivare alla luce piena della perfezione.

Capitolo XVI

NON MI TOCCATE: HO DONATO TUTTO A GESÙ

Amava soffrire e gioiva del suo dolore; durante la sua vita mai ha richiesto, o meglio, mai ha riposto la sua fiducia nel medico per ottenere la guarigione dei suoi mali. Lo chiedeva, talvolta ma, solo per consiglio. Aveva riposto la sua fiducia completa nel Prof. Filippo De Capua, del quale apprezzava la nobiltà di sentimenti, la larghezza di cuore, la comprensione della sua infermità e, soprattutto, perché trovava in lui non tanto il medico del corpo, quanto il fratello che, alle molteplici sofferenze sapeva dare il sollievo del corpo e il conforto dello spirito. Non ne volle altri al suo capezzale. Qualche mese prima della morte, il Prof. De Capua, di fronte al disfacimento del corpo di Genoveffa, ormai totalmente ricoperto da ulceri e cicatrici, volle chiamare a consulto l’ortopedico e primario degli Ospedali Riuniti di Foggia, Prof. Giuseppe Caccia. Il piede destro di Genoveffa si era quasi staccato dalla tibia e si teneva attaccato a mala pena ad un segmento osseo dal quale avrebbe potuto staccarsi da un momento all’altro per necrosi. Il consulto avvenne per volontà mia e del Prof. De Capua; l’ammalata non era stata preavvisata. Basto’ uno sguardo dello specialista ortopedico sull’arte in frantumi è uno scambio di segni tra i due medici perché, Genoveffa senza indugio dicesse loro: “Non mi toccate senza l’ordine del mio Padre spirituale. Ho donato tutto a Gesù e voglio morire così”. Aveva capito che i medici avrebbero deciso per l’amputazione della gamba. Può sembrare un fatto normale che una ammalata si rifiuti di sottoporsi a quanto deciso dai medici ma, per Genoveffa è un’altra offerta di sacrificio e un motivo d’amore verso Colui che sulla Croce donò Se stesso per l’umanità. La gamba non le fu amputate perché, sicuro che Genoveffa così provata non avrebbe potuto superare l’intervento chirurgico, non volli assumermi una così grande responsabilità. Chiesi aiuto a Padre Pio che, sapeva trovare nella preghiera e nella mortificazione, le ispirazioni e i lumi necessari per rasserenare e confortare gli animi. Padre Pio, spiritualmente, aveva conosciuto Genoveffa attraverso i miei racconti e quelli dei fedeli che prima di raggiungere San Giovanni Rotondo, si fermavano a visitare Genoveffa. La risposta mi arrivò tramite M.R.P. Agostino da San Marco in Lamis in questi termini: “Ma perché tormentate ancora questa creatura prediletta da Dio? Presto dal calvario del suo martirio raggiungerà la vetta del Paradiso”. In questa risposta è compendiata tutta l’ascesa di un’anima che ha fatto delle asprezze interminabili e continue della sua vita, una scala d’oro per raggiungere la luce beatifica del Cielo. Così si avvera in Genoveffa il detto lumino: “Per aspera ad astra”.

Capitolo XVII

GENOVEFFA ALLA LUCE DELLA SCIENZA MEDICA

I miei cenni sulla vita di Genoveffa non sarebbero completi se non riportassi degli elementi diagnostici sulla malattia che afflisse e consumò tutto il suo organismo. Pertanto qui di seguito riporto integralmente la cronaca di una lezione tenuta dal Prof. De Capua dietro richiesta dei medici cattolici di Foggia. In una riunione della Sezione A.M.C.I. (Associazione Medici Cattolici Italiani) di Foggia, svoltasi la sera del 22 novembre 1961, nella sala convegno degli amici di San Francesco sita presso il Convento Immacolata di Foggia, il Prof. De Capua ha intrattenuto i medici convenuti sulla sindrome morbosa che ha colpito Genoveffa De Troia fin dall’infanzia. L’oratore ha esordito inquadrando la malattia nel capitolo delle cosiddette “osteopatie rare” cioè delle lipoidosi o xantomatosi ossee. Sulla scorta dei soli dati ricavati dai vari obbiettivi eseguiti a diversa distanza di tempo sull’ammalata poiché, impossibilitati , per decisione di Genoveffa, a poter effettuare prelievi di sangue, liquidi organici o di frammenti di granulomi ossei, si giunti alla diagnostica di una lipoidosi (granulomatosi) di tipo colesterico, conosciuta come il “male di Hand-Schuller-Christian”. L’ulteriore decorso e le successive fasi proliferative del tessuto granulomatoso, accompagnate ai fenomeni degenerativi dei nuclei cellulari, al menisco, all’esoftalmo, hanno in effetti confermato ed avvalorato la diagnosi. Il decorso assai lungo è protratto dell’infermità (fino a 62anni, quanti ne visse Genoveffa), senza che si verificasse un miliare o altra affezione seriose, e tutti gli altri sintomi clinici associati o concomitanti permisero, però, di orientare ben diversamente il concetto diagnostico. Dopo aver descritto sia pure sommariamente il complesso delle alterazioni distruttive, delle lesioni necrotiche e tenebranti che colpirono progressivamente tutte le ossa (il periostio), le cartilagini di congiunzione, le formazioni vasali e neuro-muscolari, fino ai recessi midollari, con i conseguenti spasmi e dolori implacabili, tali da fare di questa creatura una vivente immagine di lapidazione e fustigazione, l’oratore ha messo  in particolare rilievo la forza d’animo e l’esemplare umilta’ di Genoveffa che, oltre a non lamentarsi delle sofferenze accettandole, bramava di non essere compatita o consolata dal mondo, bastandole la unica speranza di espiare per gli altri, specie per i peccatori e di essere ritenuta degna agli occhi di Dio e di soffrire ogni giorno di più per essere unita a Gesù sul legno della Croce. Per questo la sua vita fu nascondimento e la sua morte esaltazione e trionfo!

Capitolo XVIII

LA SPIRITUALITÀ DI GENOVEFFA NELLE SUE GRANDI DEVOZIONI

Ogni anima ha le sue personali devozioni che, sono poi fonti di effusioni particolari: motivi di affetto di speranza e di protezioni celesti. Nel ricco e infinito catalogo delle anime belle che trapuntano il Paradiso è cantano perennemente Lodi al Signore, ciascuna esprime particolarmente la propria devozione a quei Santi e Beati che in vita emersero in virtù e si distinsero per eroismo di vita soprannaturale nelle particolari e individuali manifestazioni prescelte dal Signore. Gesù nel Santo Evangelo ci dice che nella Casa del Padre vi sono molte mansioni, per cui noi possiamo interpretare molti e svariati gradi di santità. Ogni anima perfetta ha dovuto salire la propria scala di beatitudine, non tutte nello stesso senso e per la medesima vocazione. La gloria di Dio rifulge di varietà. “Come una stella differisce dall’altra, così anche le anime nella gloria rifulgono alla nostra devozione” Sono tutte gemme trapiantate nel Regno dei Giusti. La Chiesa stessa classifica le anime gloriose e le specializza secondo il metodo di vita vissuta o del sacrificio sopportato. E propone queste anime gloriose ad esempio, protezione, tutela dei poveri mortali perché, ciascuno possa tendere i suoi legami spirituali verso l’uno o l’altro Santo, per invocarlo come Patrono e avvocato insieme, come suo Protettore in terra. Poiché nessuno dei Santi ha potuto mai ascendere alla gloria senza dare a Gesù e a Maria tutto lo slancio del proprio amore, così Genoveffa sopra ogni altra devozione particolare incentrava tutta se stessa in Gesù Eucaristico, Pane di vita e Fonte di amore. Con quanta ansia aspettasse la Santa Comunione e con quanta amarezza talvolta se ne vedesse privata, voglio qui ricordare con le parole scritte per lei nel 1950 dal Prof. Vincenzo Maielli: “Una delle sue maggiori sofferenze, era quella di aspettare lungamente e, talvolta invano, la Santa Comunione. Tante e tante anime che potrebbero recarsi a volontà al Tabernacolo per ricevere le Sacre Specie, non ci pensano, affaccendate in cose anche inutili e peccaminose. Mentre Genoveffa, inchiodata nella dura croce del suo letto ciò, attendeva serenamente, bruciando nell’ardentissimo desiderio di ricevere Gesù Eucaristico. Genoveffa era un’anima eucaristica veramente fervente; ed in questo Santo affetto il Signore permetteva che venisse duramente ostacolata. Era, forse, per Gesù una delle maggiori prove dell’amore sovrumano che quell’anima grande aveva per Lui. E per questo eroico cuore, principalmente, le porgeva in ogni evento la sua mano onnipotente per consolare e sollevare i sofferenti di questa terra e le anime del Purgatorio”. Riflessioni Luce di cielo nella stanzetta del dolore Mi piace riportare per esteso quello che mi uscì dal cuore nel 1^ anniversario della sua morte, alla folla che gremiva la Chiesa di Sant’Anna: “Quanta gioia inondò il tuo cuore quel giorno in cui tu, Genoveffa, volesti che nella tua celletta di via Briglia si celebrasse la cerimonia della Prima Comunione della piccola Maria Parisi, che ti teneva compagnia durante il giorno. Avevi sempre desiderato assistere dal tuo letto ciò al primo incontro di un cuore innocente con Gesù Ostia, l’Amico e il Padre tenero dei bimbi. E questo tuo vivo desiderio fu Gesù ad appagarlo. Santa aspirazione che commuoveva l’animo tuo, quando bimbi e bimbe di bianco vestiti, dopo la festa della loro Prima Comunione, fatta nelle Parrocchie e nei loro Istituti, passavano per la tua stanzetta, ti offrivano fiori e immagini ricordo e ti dicevano la gioia loro e dei loro famigliari. La vivevi questa festa di Cielo, pur essendo lontana dalla cerimonia svoltasi ma, eri sempre vicina ai piccoli con il tuo spirito e col tuo martirio. E la volesti anche tu godere in pieno questa festa angelica, preparandola con tenerezza amorosa e materna, curando ogni particolare, sia predisponendo il cuore della piccola Maria a ricevere Gesù, sia procurando, chiedendo alla carità e generosità di anime a te affezionate, tutto quello che era necessario perché nulla mancasse. Genoveffa! La notte precedente non dormisti; fu per te notte di attesa, di raccoglimento e preghiera. Mi confidasti che avevi vegliato, aspettando in preghiera il momento bello da offrire a Gesù il fiore da te coltivato e che era fra le spine acute dei tuoi dolori. Rivedo le tue lacrime di consolazione è ricordo i tuoi sospiri amorosi e la passione intensa con la quale seguisti la commovente cerimonia. A messa finita, mi dicesti che Gesù era stato buono con te perché, ti aveva fatto vivere un’ora di Paradiso”. Il suo amore a Gesù Crocifisso Se fu sconfinata e ardente la sua devozione per Gesù Eucaristico, non diversamente lo fu per il Crocifisso che, lei volle di fronte al suo capezzale per fissare continuamente il suo sguardo d’amore su Colui che per amore volle morire sulla croce. Le sue notti più belle, mi confidava, erano quelle che passava solitaria e silenziosa davanti al suo caro e amato Crocifisso. Mentre i familiari riposavano nell’angusto vano che circondava la celletta, Genoveffa, piano pianino, reggendosi come poteva e senza far rumore, scivolava dal letto ciò e si trascinava fino alla seggiola per elevare l’anima sua e consegnare a Cristo piagato è morto tutte le sue sofferenze, le sue piaghe, le sue lacrime. Ore di intima confidenza con Gesù nel culmine dei dolori per l’umanità: per lei erano quelli i momenti di ascesa mistica in cui il suo cuore si effondeva per unirsi più intimamente allo Sposo divino e poter avvicinare, mi ripeteva, la sua croce a quella di Cristo. Solo allora Genoveffa sentiva più leggero il suo martirio, più confortevoli le sue sofferenze. Ricordo bene quella mattina del sabato 10 dicembre 1949, quando per l’ultima volta celebrai la Santa Messa nella sua celletta. Genoveffa era ormai alla fine del suo calvario durato sessantadue anni. Gesù aveva premiato l’atto di obbedienza da lei accettato e l’aveva tenuta in vita serena e cosciente: “Non devi morire”– le dissi – “Se prima domattina non avrai ascoltato la Santa Messa che, stamane, non mi è stato concesso celebrare”. Alle mie parole, la cara inferma, ormai sfinita e addolorata per l’involontario contrattempo, mi disse: “Padre mio, vi obbedirò come ho sempre obbedito. Sia fatta la volontà di Dio”. Si era ormai al “Consummatum est”. I due Calvari Prima di darle Gesù nella Santa Eucarestia, fui spinto a proporre, come meditazione per me e per i circostanti un pallido raffronto fra i due Calvari: quello divino di Gesù sul Golgota e quello di Genoveffa nella celletta. Guardare in quel momento l’Inter a che, solo lo Sposo divino aveva potuto conservare in vita per unirsi al suo cuore conformandola negli estremi momenti, fu per tutti un quadro meraviglioso che rivelò quanto è buono Gesù con le anime che hanno saputo seguirlo per le balze ispide e dolorose, dove lasciò orme di sangue e brandelli di carne per dare luce e redenzione a tutta l’umanità. Il Sacro Cuore di Gesù Genoveffa aveva una tenera devozione per il Sacro Cuore e volle essere ascritta all’Apostolato della Preghiera, ricevendo l’investitore per le mani stesse del Santo ed indimenticabile Vescovo S.E. Mons. Fortunato Maria Farina, in belle e commovente cerimonia. Nell’imporre sulle spalle dell’inferma il fiammeggiante scapolare, Mons. Farina le ricordò  che le sofferenze non sono un castigo di Dio ne’ una mancanza della bontà Divina. In quel momento, il Cuore di Gesù, le chiedeva che i dolori che l’attanagliavano altro non fossero che palpiti nuovi di amore al Cuore trafitto, per alimentare sempre più la fiamma della carità ed essere motivo di fervente preghiera. Genoveffa volle consacrare se stessa e la sua famiglia in modo solenne al Cuore Divino; a coloro che la frequentavano chiedeva, zela a e si faceva promettere che, al più presto, anche loro avrebbero consacrato le proprie famiglie al Cuore di Gesù. Mi confidava: “Padre mio, quando io penso al lavoro immenso di Gesù per me, il cuore mi viene meno perché, le mie sofferenze che a Lui offro continuamente, non sono sufficienti a ripagarlo degli immensi benefici che continuamente mi largisce in abbondanza. I Dolori di Maria Alla Vergine Addolorata confidava i suoi sconforti, le sue amarezze. Volle appartenere alla schiera delle Figlie della Madonna dal Cuore trafitto da sette spade. Quando mi chiese il permesso, senz’altro ‘autorizzai a farne richiesta. Genoveffa fu iscritta alla Pia Unione, per le mani di don Antonio Rossella, Parroco di San Giovanni Battista, Parrocchia in cui si sviluppa un culto speciale per la Vergine Addolorata, la cui statua,  miracolosamente pianse durante il terremoto che colpi’ la città  di Foggia nel 1831, assumendo da quella circostanza un volto di mestizia rasserenante. Il Parroco aveva istituito l’associazione “Figlie dell’Addolorata” e Genoveffa entrò a farne parte, vestendo le insegne prescritte. Più che le insegne esterne, i dolori di Maria Santissima li aveva nel cuore e nelle carni straziate ed erano continuo oggetto delle sue meditazioni e delle sue opere di apostolato. Quando subito dopo i bombardamenti del 1943, il Parroco don Antonio Rossella istituì al Rione Casermette di Foggia un asilo per i fanciulli e le fanciulle povere, Genoveffa volle esserne attiva e fervente zelatrice. Non solo moltiplicò le sue preghiere ma, dal suo giaciglio si fece umile postulante per contribuire quanto più possibile al mantenimento e alle necessità dei bambini ricoverati presso la struttura. Amava San Francesco d’Assisi Era così forte l’amore verso il Serafico Padre che, Genoveffa chiese di appartenere alla Famiglia del Terz’Ordine della Penitenza. In quel periodo ricoprivo la carica, all’interno del Terz’Ordine, di Commissario Provinciale; carica che ho ricoperto dal 1927 all’ottobre del 1959, pertanto, le parlavo spesso della Famiglia Francescana, dei viaggi frequenti alle Congregazioni e di tutte le iniziative. Fu vestita delle insegne francescane nel suo letto di penitenza e di preghiera in via Giovanni Urbano, il 2 giugno 1931, da padre Ferdinando da San Marco in Lamis. Il 2 gennaio 1933, con una cerimonia intima e toccante, non priva di misticismo e di commozione, nelle mie mani Genoveffa fece la Santa Professione, divenendo per sempre figliuolo di San Francesco. Non posso dimenticare con quale sentimento filiale di zelo e con quanta volontà di apostolato collaborasse spontaneamente alle mie varie iniziative: la raccolta di rame e di ottone per la fusione del monumento a S.Francesco, tutt’ora esistente a Foggia nella piazza a lui dedicata, la raccolta dell’oro e dell’argento per la fusione dei vasi sacri per la Curia Provinciale al Convento Immacolata e tante altre opere. La cara Genoveffa fu una zelante propagandista perché, la sua collaborazione era ricca di preghiere e sofferenze. Elle coltivava una particolare devozione soprattutto quando meditava sul luogo della Verna, dove il Serafico Padre in effusione di estasi e amore, ricevette nelle sue carni i segni dell’offerta totale di Gesù sul Calvario. Genoveffa non fu mai una stimmatizzata  ma, il suo corpo dalla testa ai piedi era tutto una piaga e perciò lei amava contemplare il Serafico d’Assisi. Più volte, prima di morire, espresse il desiderio che il suo corpo mortale venisse vestito con l’abito francescano e, così fu. Santa  Rita da Cascia Nell’angusto spazio della sua celletta, Genoveffa volle quasi vicino al suo capezzale una grande immagine di Santa Rita da Cascia. Venerava questa Santa con un culto particolare perché, le ricordava una delle prime fitte accusate nel suo corpo; una ferita dolorosa e profonda nella tempia sinistra. Quella  piaga che fu la prima di una dolorosa serie, le fece trovare nella Santa Agostiniana, un modello di sofferenza da imitare. Santa Rita che si presentava con una spina nella fronte e il cilicio tra le mani, era per Genoveffa un libro aperto, nel quale, dopo quelle di Gesù Crocifisso, di Maria Addolorata e di San Francesco, poteva effondere la sua devozione e trovare conforto e rassegnazione nella via del dolore in cui Gesù l’aveva voluta. San Francesco ripeteva: “Dio mio, Dio tutto”; Genoveffa nelle ore più sconfortanti ripeteva con amore: “Tutto per Gesù “. Elle mi  che chiedeva a Gesù maggiori sofferenze perché diceva: “Solo così io sento nel mio cuore una dolcezza straordinaria che mi ravviva e mi fa gioire e sperare nell’implorare da Gesù e dai Santi il loro valido ed efficace patrocinio per me e per gli altri”.

Capitolo XVIX

FRAMMENTI DI VITA E SPRAZZI DI LUCE

Ciascuno vive un proprio ideale e si muove nell’ambito della formazione che ha ricevuto o che si è data con lo studio di se stesso o con la volontà di perfezionarsi intellettualmente, spiritualmente, moralmente e socialmente. La vita, se è una lotta incessante fra lo spirito e la carne, comporta un travaglio incessante della volontà che si dibatte continuamente fra mille incertezze esteriori ed interiori, senza accorgersi che l’ideale unico delle sue buone aspirazioni, è sempre il trionfo della grazia divina. La vita di un’anima prediletta è tutta intessuta di meraviglie e di doni straordinari. Giorno per giorno da essi si sprigionano frammenti luminosi che, raccolti e fusi insieme, formano un fascio di luce e rivelano la magnificenza del Signore che, vuole sublimare quest’anima e farne una Sposa prediletta. Genoveffa dalla nascita alla morte , va considerata sotto il profilo luminoso di una particolare predilezione di Gesù e di una assistenza eccezionale della grazia divina. I suoi sessantadue anni macerati e perfezionati nella povertà (che è ricchezza) e nella sofferenza (che è gioia), rivela un quadro bellissimo ed avvincente della compiacenza divina che, giuoca e si diverte con la sua Serva, sulla quale ha posato le sue compiacenze. Raccogliendo, per quanto è stato possibile, i ricordi di persone che furono vicine a Genoveffa, non si può fare a meno di ammirare e riconoscere la magnificenza della bontà divina. Ogni ricordo di lei è un frammento di vita, uno sprazzo di luce sempre nuova, una fiammella che ieri sembrò sopita è nascosta ma, che oggi ravviva per mandare bagliori luminosi. Se fosse possibile mettere insieme e al giusto posto collocare questi frammenti di ricordi e questi sprazzi di luce, la vita di Genoveffa apparirebbe nella sua completa visione come un mosaico bellissimo della grazia che non ha perduto né la figura, né i suoi colori di candore verginale e di martirio rosseggiante. Il calvario di Genoveffa attraverso questi frammenti si ricompone e si abbella di luce nuova per darci , nel tempo che viviamo, la sua figura maestosa di Sposa di Gesù che, seppe e volle vivere di “Amore e di Sacrificio” per offrirsi in continuo olocausto a conforto e sollievo dell’umanità sofferente. Capitolo XVX CHE BRUTTA NOTTE PADRE MIO “Che brutta notte Padre mio!”, quella mattina fu la prima esclamazione da lei pronunciata, appena mi vide entrare nella celletta, dove ero accorso chiamato d’urgenza dai familiari. Si percepiva odore di bruciato. “Cosa ti è successo cara Genoveffa?”, le chiesi e lei, appunto rispose: “Che brutta notte Padre mio, credevo di morire bruciata nel mio lettino. Solo l’intervento di mia sorella Annita, mi ha salvata. Gesù ha voluto farmi questo nuovo dono. Voi Padre mio, perdonatemi!” Mi chiese perdono perché, tante volte le avevo consigliato di chiamare una nuova infermiera per togliere le bende ma, lei sempre mi ripeteva: “Padre mio, non vi preoccupate. Gesù mi darà la forza di far tutto da me. I dolori e le piaghe per me sono tanti doni particolari di Gesù che, non voglio esporre alla curiosità o alla compassione di altri”. E difatti, sempre di notte, quando la madre e gli altri familiari dormivano, Genoveffa pensava da sola a togliersi bende e fasciature, facendo sforzi non comuni perché, tutto il braccio destro, sempre per il diffondersi della lipoidosi, si era disarticolato, proprio per il depauperamento totale del calcio. Lei diceva infatti che il suo braccino e la sua manina se li era presi Gesù! Quella notte, come tutte le altre, Genoveffa con la sola flebile luce di una candela, stava preparando bende di garza e ovatta per medicarsi, quando d’un tratto, per qualche movimento anomalo di Genoveffa, il mozzicone di candela, si chinò dando fuoco sia all’ovatta che alle bende. La povera Genoveffa, con la mano sinistra tentò di spegnere le fiamme ma, non ci riuscì e il fuoco cominciò a bruciare le carni già piagate. Nell’impossibilità di avere la meglio sul fuoco, decise di chiamare in aiuto la sorella, la quale corse al grido disperato di Genoveffa e spense le fiamme allontanandole dal lettino. Mi chiamarono alle prime luci dell’alba e al suo capezzale, accorse anche il Prof.Filippo De Capua, il quale riscontrò sia alla mano sinistra che alla destra, ustioni di primo e secondo grado; anche le gambe e altre parti del corpo subirono ustioni. Mentre l’infermiera si apprestava a curare e bendare le ferite, le chiesi: “Genoveffa, sentì molto dolore?” – mi rispose: “Padre mio, Gesù ha tanto sofferto. Ogni nuovo dolore per me è sempre un nuovo dono particolare di Gesù”. Quelle fiamme che le stavano causando altro dolore, non furono altro che l’elevazione di spirito e di gioie di amore nella conformità ai dolori dello Sposo Crocifisso.